lunedì 18 febbraio 2013

Baggio per me, scintilla di poesia


Nel giorno in cui Gianni Rivera incorona Francesco Totti come il miglior talento italiano degli ultimi vent'anni, parola sua meglio di Baggio e Del Piero, il Divin Codino compie 46 anni. Non è il luogo e di certo nemmeno il tempo per misurarsi in paragoni, quelli che come suggeriscono gli amanti del luogo comune (sempre più in aumento nella generale crisi recente), lasciano il tempo che trovano.

Si possa esser d'accordo con Rivera, si possa dissentire, io faccio parte di questa seconda schiera, detto in tutta onestà. Per me Roberto Baggio rappresenta una scintilla, simboleggia la fantasia che fa divampare un incendio dove appena un istante prima c'era solo una nube. Un po' come quello sguardo, quasi restìo a specchiarsi in quelli altrui per un tempo superiore ai convenevoli, forse schiavo benevolo di un'educazione radicata che si palesa anche ora che non deve più affacciarsi in punta di piedi in un mondo non suo. Anche a 46 anni, anche dopo una carriera che tradurre in poche parole solo per snocciolare statistiche finirebbe per essere, se non altro, fuori luogo.

Roberto Baggio, per me, è un'emozione, è un filo conduttore che lega a sè gli anni, con tante perle a trovar posta nella collana più bella che c'è. Bambino con la Cecoslovacchia, adolescente con la Nigeria, quando l'urlo di Pizzul, oltremodo pacato se raffrontato agli standard attuali, mi fece rialzare la testa e cambiò la faccia di quel Mondiale cui avremmo, volentieri, tagliato la coda. Roberto Baggio, per me, è l'esultanza a indicare chissà chi in tribuna prima di perdersi nell'abbraccio dei compagni, è l'urlo di orgoglio e liberazione a gridare "non è finita", è quel pallone su cui Rufai non arriverà mai, non importa quante volte quel refrain finirà per girarmi in testa.

Toccherai infinite volte quel pallone da destra di Mussi, Roby, sporcandolo il giusto senza togliergli precisione, nemmeno sfiorerai il palo. Gol, 1-1: andiamo a giocarcela adesso.


venerdì 9 novembre 2012

La Juve a Cairo? Moratti rileva il Milan? In Cina, intanto...

Cosa succederebbe se, domani mattina, Urbano Cairo decidesse di comprare la Juventus, creando un'unica società torinese o, ancora, "annettendola" in tutto e per tutto al Torino? Immaginatevi lo sceicco Mansour che fa risuonare "Blue Moon" a Old Trafford, nuova ipotetica casa del Manchester City o, perchè no, di un immaginifico Manchester FC? Berlusconi che compra l'Inter o Moratti che risolleva il Milan, giusto per rendere ancora più chiaro il concetto. Fissata l'immagine nella mente? Bene, perchè qualcosa di molto simile è successa in Cina, nella Super League appena vinta per la seconda volta consecutiva dal Guangzhou Evegrande allenato da Marcello Lippi, con la scomparsa del Dalian Shide, famosa per essere la squadra più vincente del paese dall'avvento del professionismo, nel 1994, con otto titoli messi in bacheca. Una scomparsa che non è sinonimo di retrocessione, pur lungamente sfiorata dallo Shide nell'ultima, tormentata annata, bensì di "fallimento sportivo", con tanto di passaggio, con quote di maggioranza e tutto il resto, al gruppo Aerbin, proprietario dell'altra squadra di Dalian, centro nel Nord-Est della Cina nella provincia dello Jilin. Una squadra, il Dalian Aerbin, fondata appena nel 2009, dal nulla, con l'intento di diventare protagonista nel brevissimo periodo a livello nazionale: partita in terza serie, ha bruciato le tappe, concludendo la stagione da matricola in Super League, quella appena conclusa, con un quinto posto ad una sola lunghezza di distanza dalla qualificazione in Champions League asiatica. Una squadra costruita su nomi di grido, in cui spiccano le individualità di Fabio Rochemback e soprattutto del maliano Seydou Keita, strappato a suon di milioni nientemeno che al Barcellona, capace di stupire nella stagione da matricola. Il botto vero e proprio per i tifosi dello Shide è arrivato nell'ultimo mese del torneo, con le voci di una fusione che si rincorrevano, proprio mentre la parte "nobile" di Dalian lottava per evitare l'onta di una retrocessione sul campo e quella meno titolata volava in classifica. La mazzata, pochi giorni fa, con le lacrime dei giocatori e dei tifosi dello Shide, capaci sì di salvarsi con una giornata di anticipo, ma non di evitare che una storia così gloriosa, con tanto di tifoseria unanimemente riconosciuta come la più calda di tutta la Cina, fosse condannata a sparire per sempre. "We are Blue", cantavano i tifosi dello Shide: ora come ora la soluzione più probabile è la creazione di una nuova società, Dalian FC o Dalian United per intenderci, che possa in qualche maniera azzerare Shide e Aerbin anche se nessuna nuova denominazione toglierà ai tifosi la sensazione di aver gioito, tifato, sperato per qualcosa che non c'è più. L'alternativa è che si trovino costretti a gioire, tifare e sperare per quegli altri, nomi e colori che sono sempre stati nemici e che ora, obtorto collo, rappresentano il presente. E se una cosa del genere succedesse in Italia?

domenica 17 giugno 2012

Dasvidania, piccola Russia

In Italia spesso si abusa del parallelo "grande con le grandi, piccola con le piccole". Piace, è intuitivo, fa titoli, insomma aiuta. Teniamo il principio e adattiamolo alla Russia, fresca di addio all'Europeo ucraino-polacco, cambiandolo in "grande quando non serve, piccola al momento del salto di qualità". C'è un motivo se l'unico successo a livello internazionale (Olimpiadi escluse) è datato 1960, agli Europei di Parigi. Prima l'URSS, ora la Russia, poco è cambiato: dal laboratorio d'oltrecortina alla ricerca del bel gioco, con Hiddink prima e con Advocaat poi, i risultati sono mortificanti. In Austria e Svizzera gente come Arshavin, Zhirkov e Pavlyuchenko si imponevano agli occhi della critica come astri nascenti, l'occhio degli operatori di mercato (sempre sul pezzo quando una simil cometa illumina il cielo, quasi mai quando c'è da anticipare il corso degli eventi) si volgeva verso Mosca, considerata nuova culla del bel calcio. Eppure, ad un passo dalla gloria, nella semifinale contro la Spagna, la squadra di Hiddink crollò, seppellita da tre gol e ridimensionata da una lezione di calcio impartita dai nuovi padroni d'Europa e, presto, del Mondo. Quattro anni dopo Arshavin, Zhirkov e Pavlyuchenko, simboli di quella squadra, sono tornati in patria, dopo aver deluso, su vari livelli, in Premier League. Eppure, nei commenti immediatamente successivi allo scoppiettante esordio di questi Europei contro la Repubblica Ceca, toni entusiasti e strali di "esperti", indicavano la Russia come candidata almeno alle semifinali. Apriti cielo. I conti venivano fatti sommando il valore tecnico dello zoccolo duro (tra cui i tre sopracitati) alle nuove stelline, su tutti quello Dzagoev che già aveva mostrato qualcosa con il CSKA Mosca senza però mai entrare nei radar delle grandi d'Europa, forse per via di un processo di crescita non ancora terminato. La Russia, detto per inciso, di talento ne ha a pacchi. Quello che manca, storicamente, è la capacità di mantenere il sangue freddo quando conta di più, come non riuscì nemmeno alla generazione d'oro dei Protasov, degli Zavarov e dei Mikhailichenko che si arrese alla diabolica palombella di Van Basten nel giugno del 1988. Una carenza insita nel dna, cui nemmeno un navigato ct come Dick Advocaat, ha saputo porre rimedio. Già, Advocaat, promesso al PSV Eindhoven da prima dell'Europeo, non proprio una gran mossa quando si ha a che fare con una squadra umorale, bisognosa di certezze e non di sicuri addii, sull'ottovolante delle emozioni (per non parlare di "montagne russe") e cronicamente incapace di gestire l'ultimo step. Roba da psicologi, altroché. Dasvidania, piccola Russia.

giovedì 12 aprile 2012

Consigli per gli acquisti... U17

De Toekomst in olandese significa futuro. Letteralmente. Non è un caso che proprio così si chiami anche il fulcro dell'attività giovanile dell'Ajax, da sempre società all'avanguardia nel processo di crescita (prima) e valorizzazione (poi) delle nuove leve, prim'ancora che il termine cantera finisse sulla bocca di tutti, spesso a sproposito. E proprio sul campo centrale, la formazione B1 dei lancieri, composta da elementi nati nel '95 e nel '96, ha sollevato durante il weekend pasquale la terza edizione della Aegon Future Cup, trofeo organizzato proprio dall'Ajax e cui hanno preso parte squadre come Barcellona, Bayern Monaco, Manchester United e Milan. Un successo, quello della squadra guidata dall'ex giocatore di Feyenoord e Vitesse Orlando Trustfull, arrivato al termine di una maratona da cinque gare in tre giorni e culminata con la folle vittoria sul Manchester United, con i lancieri passato dallo 0-2 al 2-2 fino al trionfo ai calci di rigore, dopo che nella mattinata, in semifinale, il portiere Bijl era risultato decisivo, sempre dagli undici metri, contro il Barcellona. Ecco, allora, qualche nome da tener d'occhio dopo la rassegna olandese riservata agli Under 17.

Stan Bijl (Ajax) portiere, classe 1995 - E' sua una buona fetta del successo finale, con il Barcellona para due rigori nella serie finale e trasforma quello decisivo con una freddezza inaspettata

Damian van Bruggen (Ajax), difensore centrale, 1996 - Capitano e leader dei lancieri, testa alta nell'uscire palla al piede dalla difesa per impostare, va a riprendere lo United con il gol che sancisce i calci di rigore nella finale.

Jake Cooper (Manchester United), difensore centrale, mediano, 1995 - Andatura dinoccolata, difensore diesel che in progressione sa creare superiorità numerica e scompiglio nelle difese avversarie. Forte di testa, ma non solo.

Ben Pearson (Manchester United), centrocampista centrale, 1995 - Una mononucleosi gli ha fatto saltare mezza stagione, ad Amsterdam ha tenuto in piedi la mediana dei Red Devils con intelligenza e senso della posizione.

Branco van der Boomen (Ajax), interno, 1995 - Nazionale oranje U17, può giocare sia da playmaker nel dogmatico 4-3-3 di casa Ajax che come mezzo sinistro, senza che la sostanza cambi. Gladiatore con i piedi buoni, gran senso dell'inserimento.

"Pau" Otero Casas (Barcellona), centrocampista centrale, 1995 - Capitano per l'assenza di Roger nella finale per il terzo posto, uscito dalla stessa fabbrica che sforna i Guardiola e i Xavi: baricentro basso, testa alta, passaggio corto in appoggio o lungo sui piedi. Regista alla catalana.

Maximiliano Brian Rolon "Maxi" (Barcellona), esterno offensivo, 1995 - Chi rimpiange i vecchi tempi adducendo al fatto che le ali di una volta non esistano più dovrebbe dare un occhio a questo tecnicissimo brevilineo che porta il sette sulle spalle. Avrebbe di che consolarsi.

Julian Green (Bayern Monaco), attaccante, 1995 - Stecca la finalina di consolazione, resta il punto di riferimento di una Bayern al solito quadrato. Cinico come si chiede ad un attaccante, bravo anche in fase di costruzione. Buon fisico.

Mats Daehli (Manchester United), trequartista, 1995 - Con lui in campo è tutto un altro United. Tipico esempio di fantasista britannico, fisico alla Paul Merson, capello rosso e fantasia da vendere. Specialità, i calci di punizione.

Munir El Haddadi Mohamed (Barcellona), attaccante, 1995 - Punta centrale, tecnicamente dotatissimo, fa scintille in duetto con Maxi. Origini marocchine, mezzi fisici imponenti, deve solo mettere un freno alle individualità.

Queensy Menig (Ajax), attaccante, 1995 - Mvp del torneo a ragion veduta, punta di diamante della manovra ajacide, sfrutta al meglio gli assoli di Sheraldo Becker e le combinazioni con il "gemello" Elton Acolatse. Fiuto del gol impressionante.


lunedì 26 marzo 2012

Meglio un brasiliano ad effetto o un giapponese da battaglia?

Pagato 350.000 euro nell'estate del 2010, prelevato dal Cerezo Osaka, J-League, campionato giapponese. In poco più di due anni Shinji Kagawa ha visto moltiplicarsi il suo valore di mercato (quasi cinquanta volte tanto, ora si aggira sui 17-20 milioni di euro), diventando l'idolo indiscusso della tifoseria del Signal Iduna Park (Westfalenstadion per i romantici) con cui ha festeggiato la conquista di un Meisterschale con la maglia del Borussia Dortmund. Da perfetto sconosciuto a motorino imprevedibile, galleggiante inesauribile sulla trequarti, piedi buoni e rapidità di pensiero: oggetto dei desideri di tante grandi d'Europa, si dice. Quelle grandi d'Europa che, da anni ormai, acquistano il cosidetto "prodotto finito", anziché provare a sgrezzare diamanti. Non basta riempirsi di talent scout e osservatori, quel che è necessario è avere voglia di osare, di rischiare, andando a pescare in mercati magari meno pubblicizzati ma, chissà, in grado di riservare sorprese positive. Presentare l'ennesimo prodotto del vivaio del Flamengo ha un effetto certamente diverso sul tifoso medio che non l'arrivo di un terzino del Tokyo FC, eppure non sta scritto da nessuna parte che la bilancia, infine, penderà dalla parte del primo. Prendete lo Stoccarda, che a gennaio ha rischiato, spendendo mezzo milione di euro per arrivare a Gotoku Sakai, esterno basso giapponese prelevato dall'Albirex Niigata. Contratto fino a giugno 2013, tanta diffidenza all'arrivo alla Mercedes Benz Arena che si è trasformata in entusiasmo via via che il tecnico Labbadia gli concedeva chances in Bundesliga. Definirlo giocatore pronto è azzardato, solo chi non l'ha mai visto giocare può parlare di fase difensiva accettabile per un campionato europeo, ma stiamo parlando di un ragazzo nato nel 1991 che sulla fascia macina chilometri (per informazioni citofonare Molinaro, cui il giapponese ha soffiato il posto) e che anche Zaccheroni si è appuntato dopo averlo visto all'opera con l'Olimpica. Un'altra notizia è recentissima, ancora da verificare, di certo affascinante: a partire dalla prossima stagione il fratello di Gotoku, Hiroki, altro macina-chilometri sulla corsia destra nato nel 1990 e attualmente protagonista in J-League con i campioni in carica del Kashiwa Reysol (visti anche nello scorso Mondiale per Club) si trasferirà a Dortmund, andando a raggiungere il connazionale Kagawa, in un club in cui ci sono fiuto e predilezione per i talenti del Sol Levante. E dove non hanno paura di preferire un giapponese da battaglia, perchè no, a un brasiliano ad effetto.


giovedì 22 marzo 2012

Il Toro di Sora non ha fermato il tempo

Dici Piacenza e pensi all'esperimento, più unico che raro, d'autarchia in serie A, alla favola che approdò sul massimo palcoscenico a inizio anni Novanta. Dici Piacenza e la mente snocciola Cagni, poi Taibi, Lucci, Piovani, Turrini, un giovanissimo Filippo Inzaghi cui qualche anno dopo avrebbe fatto seguito il fratello Simone, l'eterno Totò De Vitis, Tatanka Hubner ma soprattutto lui, Pasquale Luiso. Il Toro di Sora, l'uomo che fermò l'orologio del Galleana quel pomeriggio del 1 dicembre 1996: stop spalle alla porta, difesa del Milan Baresi compreso sopresa dalla bicicletta che fulmina Seba Rossi e scrive la parola fine all'esperienza di Oscar Washington Tabarez sulla panchina rossonera. Finì 3-2, quel pomeriggio di sedici anni fa anche se sembrano passati secoli. Il presente è più amaro di quanto qualsiasi comunicato o agenzia possa spiegare. 22 marzo 2012, 18:18: "Il Tribunale di Piacenza ha decretato oggi il fallimento del Piacenza F.C. e ha nominato curatori fallimentari l'avvocato Franco Spezia e il commercialista Filippo Giuffrida. Secondo le prime indiscrezioni, la squadra emiliana, che milita in Lega Pro, prima divisione, ed e' in piena lotta per la salvezza, potra' concludere regolarmente il campionato. L'asta per il titolo sportivo dovrebbe tenersi solo al termine della stagione". Quella rovesciata di Luiso bloccò l'orologio del Galleana, peccato non sia riuscita a fermare il tempo.




C'erano una volta Lucio e Sneijder

C'erano una volta Lucio e Sneijder. A dire il vero ci sono ancora, pur con tutte le scorie di una stagione disastrosa e disastrata per la loro quotazione, rimborso occulto pagato al Dio Triplete. C'erano una volta Lucio e Sneijder va inteso riguardo alle operazioni di mercato che li hanno condotti a vestire la maglia dell'Inter, in quell'estate 2009 scandita dai nomi di Lampard (prima), Deco e Carvalho (poi) alla voce arrivi. A spiegare benissimo la situazione c'ha pensato Lele Oriali, uomo ben dentro agli affari nerazzurri all'epoca dei fatti, chiarendo di come fu lo stesso Mourinho a congelare le operazioni una volta verificatone l'eccessivo costo: a questo prezzo non si fa niente, signori, cambiamo strada. Questo Oriali lo ha svelato soltanto pochi giorni fa in un'intervista concessa a Premium Calcio, prima però nella mente dei tifosi nerazzurri quell'estate veniva ricordata come quella del tira e molla proprio con Deco e Lampard, delle continue interviste, mezze verità, dichiarazioni speranzose sul possibile arrivo da Stamford Bridge dei due, all'epoca etichettati, pupilli di Mou. E qui sta il nocciolo della questione, il colpo di scena da cui fondamentalmente è nata l'Inter del Triplete: il silenzio che ha accompagnato la trattativa con Bayern Monaco e Real Madrid e che ha consegnato ai tifosi un gladiatore assatanato e un folletto dal piede universitario come Lucio e Wes. Sottotraccia i dirigenti dell'Inter hanno lasciato che Deco e Carvalho venissero individuati da addetti ai lavori e non come obiettivi tangibili, non lesinando dichiarazioni pubbliche a attestati di stima, lavorando su altri due canali, quelli che alla fine si sono rivelati più che azzeccati. La sorpresa con cui i tifosi nerazzurri accolsero l'arrivo di Lucio e Sneijder fu tanta, quasi diffidenti di quel piano B che sembrava una battuta in ritirata alla esose richieste di Abramovich. A posteriori, rimane il capolavoro diplomatico dei dirigenti dell'Inter, forse e probabilmente l'ultimo in ordine temporale. Tutto questa fa da (ampio) preambolo alle recenti dichiarazioni d'interesse di Marco Branca, dt nerazzurro che a un quotidiano cileno avrebbe parlato di Mauricio Isla come di un obiettivo dell'Inter per la prossima stagione. Siamo a marzo, tra poco, pochissimo si potrebbero già stringere importanti accordi in chiave prossima stagione, l'ultima cosa che vuole trasparire da queste righe e l'insegnamento del proprio mestiere a chicchessia. Il ricordo, però, può aiutare a sbagliare di meno o, chissà, a riprovarci di nuovo.


lunedì 5 marzo 2012

Babel, bravo ma non si applica. E perchè Hoffenheim?

Uno di quei ragazzini di un anno più grandi rispetto ai compagni di classe, non secondo la carta d'indentità ma riguardo alla proprietà del palleggio. Indolente, per di più. Ryan Babel con la maglia dell'Hoffenheim fa quest'effetto, da la sensazione di centrare poco con la realtà che gli sta attorno, non certo per la mancanza di talento ma per aver smarrito le motivazioni. A Sinsheim e dintorni sanno cosa significa la parola programmazione, si fanno forza di uno dei centri sportivi migliori a livello tedesco e forse continentale, ma a partire da questa stagione hanno dato il via ad un progetto di contenimento dei costi che vuole rendere il club indipendente a livello finanziario. La favola, in soldoni, non è finita, semmai è congelata per le stagioni a venire, con l'obiettivo di stabilizzarsi in Bundesliga. La domanda è la seguente: tralasciando i dettagli di carattere economico che ne hanno sicuramente indirizzato la decisione, cosa può spingere un giocatore come Babel a rimettersi in gioco in una realtà, per certi versi, così soft? Non si discute la serietà del progetto, semplicemente stride con il carattere e con il talento messo in mostra da uno dei migliori talenti oranje degli ultimi anni, l'ennesimo sfornato dal vivaio dell'Ajax, instancabile fucina offuscata di recente dalla "scoperta" delle cantere di Spagna. Gli anni di Liverpool, vissuti tra alti (pochi) e bassi (a memoria, ben di più), il rapporto non sempre ai massimi con Rafa Benitez, l'indolenza di fondo di un giocatore che, senza dubbio, potrebbe tatuarsi lo slogan caro a tanti, "è bravo ma non si applica". Resta la domanda, da rivolgere a un Twitter-dipendente come Babel: perchè Hoffenheim, perchè se manca la volontà di fare il salto di qualità? Talento sprecato, forse. Ma stiamo parlando di un ragazzo che compirà 26 anni a dicembre, un peccato vero. Ci risponda con un tweet, se preferisce, o sul campo. Preferiremmo.


lunedì 6 febbraio 2012

Ibra: da consumarsi preferibilmente entro...

"I tifosi non si devono preoccupare, Zlatan rimane qui. Se poi il Milan dicesse che non lo vuole più, ci sarebbero molte squadre a volerlo". Musica e parole di Mino Raiola, qualcuno cui il termine procuratore va decisamente stretto. Ibrahimovic rimane qui, a Milano, al Milan, c'è bisogno di chiederlo? La risposta è sì ed è più o meno nascosta nella carriera dello svedese, negli atteggiamenti durante tutte le sue esperienze, soprattutto quelle italiane. L'ormai famoso mal di pancia, termine che ha smesso di essere medico quasi tre anni fa per contagiare il linguaggio nazional-giornalistico-popolare, arrivò al termine del triennio in maglia Inter, in cui Ibra palesò un conclamato logorio nel rapporto con lo spogliatoio che invece, nell'estate del 2006 e almeno per tutta la prima stagione in nerazzurro, filò liscio. La parentesi al Barcellona, tralasciando le caratteristiche tattiche che lo hanno portato al confino del bel gioco catalano, ha visto velocizzarsi questo processo: all'Inter in tre anni, al Barça in dieci mesi ma il filo si era spezzato. Un passo indietro, in maglia Juventus: Calciopoli o non Calciopoli, l'idillio tra l'uomo di Malmö e i compagni in bianconero resse nel primo anno salvo poi calare già nella seconda stagione. Il nesso sta tutto qui, il dubbio è che Ibrahimovic possa avere nel suo Dna il cambiamento, quale che sia la situazione della squadra in quel momento. "Zlatan rimane qui. Se poi il Milan dicesse che non lo vuole più", ricomincerebbe tutto da capo.


lunedì 5 dicembre 2011

Brasile Sub-15, ecco i nuovi fenomeni

Nel giorno in cui il mondo ricorda la Democracia Corinthiana piangendo il suo simbolo Socrates, nello stesso giorno cui proprio il Timao conquista il titolo in Brasile, a Trinidad, in Uruguay c'è una piccola Seleçao che alza il cielo un trofeo, quel Sudamericano Sub 15 che diventa l'ennesimo alloro ad una scuola calcistica che, per quanto ultrapubblicizzata, non smette di regalare diamanti, pur se comprensibilmente grezzi, data l'età. Una squadra, quella di Marquinhos Santos, che ha saputo rifarsi dopo lo 0-0 iniziale con la Colombia (guarda caso rivelatasi sorpresa del torneo e piazzatasi seconda nel gironcino finale proprio alle spalle della Canarinha), inanellando sei vittorie consecutive condite da gol a grappoli e una superiorità a tratti imbarazzante nei confronti delle avversarie: 5-1 al Perù, 6-1 alla Bolivia, 2-0 al Paraguay e poi doppio 4-2 ad Argentina e Colombia nel cuadrangolar final, prima del 4-0 con cui anche la Celeste padrona di casa è stata schiantata nell'atto finale. Il modo migliore per congedarsi dalla Sub-15 per Marqinhos, già promesso alla Sub-20 al posto di Lopes e vero Re Mida della pedata minorenne in Sudamerica. La sua ricetta è semplice e si è basata su una difesa tecnica e rocciosa al tempo stesso. Davanti a Marcos, asciutto e poco spettacolare ma affidabile soprattutto tra i pali, linea a quattro dove spiccano le qualità di Foguete, esterno destro di estro e corsa (un mini Maicon, per chi ama i paragoni) e Lucas, testa alta e leadership da capitano, completate dalla forza fisica di Lincoln, l'altro centrale e dalla sregolatezza di Yan Petter, cresta mohicana e buon sinistro dalla distanza. A centrocampo le chiavi sono affidate a Indio e Danilo, i due vasquisti (squadra su cui è imperniata questa Seleçao) autentici perni della mediana: il primo è tutto mancino e ama svariare per trovare la posizione adatta alle spalle delle punte, tocco vellutato e giocate mai banali, l'altro è la piena sintesi della completezza nel ruolo, buon fisico, personalità e gran fiuto negli inserimenti senza palla. Aggiungeteci la grinta di Baiano, forse il meno tecnico di tutti ma di certo il vero equilibratore della mediana e avrete un reparto multitasking. Largo a destra Caio alterna buoni affondi, specie se in combinazione con Foguete in sovrapposizione, a momenti di black out esattamente come accade a Robert, dieci rivaldiano nel fisico capace di lasciare il segno nel medio piuttosto che nel breve. In avanti, un ragazzo da undici gol in sette partite (cinque rifilati ai malcapitati boliviani), Thiago Mosquito, nove di manovra che tende a passare quasi inosservato per buona parte della gara, salvo poi diventare implacabile alla minima occasione. A lui è andata, ovviamente, la classifica marcatori, simbolo della vittoria di un'intera generazione di ragazzi su cui il Brasile crede e sui cui scommetterà di certo negli anni a venire. Nel giorno in cui il mondo ricorda la Democracia Corinthiana piangendo il suo simbolo Socrates, un raggio di sole riporta il sorriso. Muito obrigado crianças!


mercoledì 30 novembre 2011

Ritirare la maglia di Deron Williams: ma anche no

Che il lockout ci avrebbe dato alla testa, prima o poi, l'avevamo capito un po' tutti. Ma ora che è finito, che la sirena è suonata e dopo la ricreazione si torna a far di conto, restano le macerie. Sì, insomma, la musica finisce, gli amici se ne vanno e le maglie si ritirano. Nulla contro Deron Williams, sia chiaro, capro suo malgrado espiatorio di una situazione che ha visto il Besiktas, vuoi per reale affetto e riconoscenza, vuoi per un po' di tornaconto mediatico che non guasta mai, ritirare la canotta del play dei New Jersey Nets. Perchè di questo stiamo parlando, di un giocatore che neanche può considerarsi a tutti gli effetti un'Aquila Nera, avendo firmato un contratto a tempo, subordinato alla fine della serrata NBA. Finchè sto qui sono uno di voi, appena di là chiamano, saluti e grazie. Un controsenso diventato, con il passare dei mesi, la normalità a livello europeo, con gli esempi che si sprecano. Turiaf-Parker all'Asvel, Thiago Splitter a Valencia, Farmar a Tel Aviv e Gallinari a Milano: tutto chiaro, tutto assolutamente limpido dalla prima all'ultima riga del contratto. Non appena le acque si placano, ognuno torna per la sua strada. Ma qui, capitolo D-Will, l'esagerazione sembra palese. Anche perchè l'approccio del nostro alla pallacanestro continentale, soprattutto a livello attitudinale, era sembrata tutto tranne che impeccabile. Qualche mugugno censurato per tempo sulla sua forma fisica, poi, la folgorazione: contro il modesto Gottingen, Williams segna 50 punti con 17/23 e 7/10 dall'arco, in una sera di Eurochallenge, la terza manifestazione continentale. Cinquanta sono tanti, ma di fronte non c'era il CSKA e lo scenario davanti al quale è avvenuta l'esibizione non era una Final Four di Eurolega. Basterebbero questi due cardini per rendere cigolante la decisione, legittima ma quantomeno opinabile, di appendere al soffitto la maglia numero 8. Perchè tanto livore? Perchè si fa un gran parlare di colmare il gap tra il movimento NBA e il resto del mondo, si spreca fiato a far credere che non ci sia così tanta distanza tra noi e l'America e poi si finisce con l'incensare le briciole di un ottimo giocatore, che nel Vecchio Continente ha esibito nè più nè meno una nota spese nel mezzo di una pausa dal primo lavoro. Perchè tanto livore, di nuovo? Perchè entrando all'OAKA, sul parquet dei sei volte campioni d'Europa, troverete appesa la sola canotta di Fragiskos Alvertis, non proprio l'ultimo arrivato, mentre a Bologna, sponda Virtus, non vedrete mai scendere la 5 di Danilovic. Uno che non avrà fatto carriera negli States ma che, sotto quei soffitti, ha scritto pagine di storia.




lunedì 7 novembre 2011

Quanto è dura dover odiare il Barça

"Credimi, tifare della tal squadra è un calvario, in tutti questi anni non sai quante ne abbiamo passate". "Voi? E noi della tal altra, allora, cosa dovremmo dire? Siamo temprati alla sofferenza". Dialogo tipo, da bar sport ma neppure troppo. Essere tifosi è un mestiere difficile, lo era prima e lo è, a maggir ragione, adesso. Accantoniamo i campanilismi e facciamoci una domanda: qual'è la squadra che ha inciso la storia del calcio negli ultimi dieci anni? Facile, il Barcellona. Nessuno ha cambiato il modo di valutare l'intensità di una singola partita come i blaugrana, nessuno ha ispirato titoli, paragoni e confronti come la banda Guardiola. Ecco perchè, il mestiere più difficile del mondo nel nuovo millennio, è tifare Espanyol. Nella parallela notturna che dall'Università porta a Carrer de Sepúlveda, uno spicchio si apre e le luci del Montjuïc illuminano a giorno. Fin lassù, quasi isolati dal resto della vivacità cittadina, sono stati costretti a salire i tifosi periquitos (parrocchetti, pappagallini) dopo che, nel 1997 una situazione debitoria disastrosa aveva costretto la società a vendere il terreno su cui sorgeva il mitico Sarrià, altro luogo comune per cui l'Espanyol era conosciuto al di fuori della Catalunya. "Ah, già, quel Sarrià, quello del Mundial". Già, proprio quello. Per dodici anni i biancoblù hanno giocato le loro gare interne allo stadio olimpico Lluís Companys, ristrutturato proprio per le Olimpiadi del '92, per niente agevole da raggiungere, ma tanto bastava. Da un paio d'anni a questa parte la ruota è girata, il gioiellino da 40.000 posti ha il nome di Estadi Cornellà-El Prat, sorge fuori Barcellona o meglio, all'interno dell'area metropolitana e ha dato ai tifosi uno stadio di proprietà oltre che un motivo di vanto. Ma cos'è quest'elenco di stadi? Capiamo i dubbi, ma stiamo parlando di un club che in più di un secolo (anno di fondazione 1900) ha messo in bacheca appena quattro Coppe del Re, ritagliandosi momenti di gloria europea con la conquista di due finali di Coppa UEFA, nell'87 e nel 2005. Stiamo parlando di un club che porta la corona di Spagna laddove l'identità catalana è radice, di una squadra che nel nome ora despagnolizzato (dal 1995 l'Español ha assunto la denominaziona attuale) indossa e porta in giro le antipatie del resto di una città, di un'intera regione. Stiamo parlando di una squadra, in questo senso come tante altre, per cui sono fondamentali solo due partite l'anno, aldilà della classifica: quelle contro i rivali del Barça. Successi, pochini. Capite bene che da quando il barcelonismo è diventato una bellezza per gli occhi così difficile da nascondere anche per chi non ha mai visto Port Vell, da che Messi ha messo il suo nome dopo quelli di Cruijff e Maradona iscrivendosi al club degli immortali in maglia blaugrana, da quando FCB è diventato acronimo di meraviglia, la vita per un periquito è divenuto qualcosa meno di una persecuzione. C'è solo un luogo, in tutta la città, in cui Espanyol e Barça partono ad armi pari: le bancarelle sulle Ramblas. Lì, a livello di esposizione alla clientela, troverete una bandiera blaugrana e una biancoblù. Della differenza delle vendite non diciamo, per non infierire sul tifoso dell'Espanyol, quello con il mestiere più difficile del nuovo millennio.