
Nel giorno in cui Gianni Rivera incorona Francesco Totti come il miglior talento italiano degli ultimi vent'anni, parola sua meglio di Baggio e Del Piero, il Divin Codino compie 46 anni. Non è il luogo e di certo nemmeno il tempo per misurarsi in paragoni, quelli che come suggeriscono gli amanti del luogo comune (sempre più in aumento nella generale crisi recente), lasciano il tempo che trovano.
Si possa esser d'accordo con Rivera, si possa dissentire, io faccio parte di questa seconda schiera, detto in tutta onestà. Per me Roberto Baggio rappresenta una scintilla, simboleggia la fantasia che fa divampare un incendio dove appena un istante prima c'era solo una nube. Un po' come quello sguardo, quasi restìo a specchiarsi in quelli altrui per un tempo superiore ai convenevoli, forse schiavo benevolo di un'educazione radicata che si palesa anche ora che non deve più affacciarsi in punta di piedi in un mondo non suo. Anche a 46 anni, anche dopo una carriera che tradurre in poche parole solo per snocciolare statistiche finirebbe per essere, se non altro, fuori luogo.
Roberto Baggio, per me, è un'emozione, è un filo conduttore che lega a sè gli anni, con tante perle a trovar posta nella collana più bella che c'è. Bambino con la Cecoslovacchia, adolescente con la Nigeria, quando l'urlo di Pizzul, oltremodo pacato se raffrontato agli standard attuali, mi fece rialzare la testa e cambiò la faccia di quel Mondiale cui avremmo, volentieri, tagliato la coda. Roberto Baggio, per me, è l'esultanza a indicare chissà chi in tribuna prima di perdersi nell'abbraccio dei compagni, è l'urlo di orgoglio e liberazione a gridare "non è finita", è quel pallone su cui Rufai non arriverà mai, non importa quante volte quel refrain finirà per girarmi in testa.
Toccherai infinite volte quel pallone da destra di Mussi, Roby, sporcandolo il giusto senza togliergli precisione, nemmeno sfiorerai il palo. Gol, 1-1: andiamo a giocarcela adesso.










